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Un nuovo archetipo
umano «Un
nuovo archetipo umano ha fatto la sua apparizione. L'uomo nuovo del
ventunesimo secolo è profondamente diverso da coloro che l' hanno
preceduto, nonni e genitori borghesi dell'era industriale: si trova a suo
agio trascorrendo parte della propria esistenza nei mondi virtuali del
ciberspazio, ha familiarità con i meccanismi dell'economia delle reti, è
meno interessato ad accumulare cose di quanto lo sia a vivere esperienze
divertenti ed eccitanti, cambia maschera con rapidità per adattarsi a
qualsiasi nuova situazione (reale o simulata)». Lo psicologo Robert J.
Lifton ha definito questa nuova generazione «proteiforme» : uomini e donne
cresciuti nei common-interest developments, la cui salute è gestita
dal servizio sanitario, che utilizzano automobili in leasing,
acquistano online, si aspettano di ottenere software
gratuitamente, ma sono disposti a pagare per servizi aggiuntivi e
aggiornamenti. Vivono in un mondo di stimoli sonori che durano sette
secondi, sono abituati all'accesso rapido alle informazioni, hanno una
soglia d'attenzione labile, sono più spontanei che riflessivi. Pensano a
se stessi come a giocatori più che a lavoratori e preferiscono essere
considerati creativi piuttosto che industriosi. Sono cresciuti in un mondo
di occupazione just-in-time e sono abituati a incarichi temporanei.
Anzi, le loro vite, in generale, sono segnate da un grado di mobilità e di
precarietà maggiore, sono meno radicate di quelle dei loro genitori. Sono
più «terapeutici» che ideologici e pensano più in termini di immagini che
di parole: sono meno abili nella composizione di frasi, ma superiori
nell'elaborazione di dati elettronici. Sono più emotivi che analitici.
Ritengono che Disney World e Club Med siano «veri»,
considerano i centri commerciali pubbliche piazze e non distinguono fra
sovranità del consumatore e democrazia. Trascorrono con personaggi di
fantasia, nei film, nei programmi televisivi e nel ciberspazio, tanto
tempo quanto ne dedicano ai propri simili nella vita reale; anzi, arrivano
perfino a inserire tali personaggi nella conversazione e nell'interazione,
rendendoli parte della propria storia personale. Il loro mondo è più
fluido, segnato da confini più sfumati. Sono cresciuti a ipertesti,
link fra siti Web e anelli di feedback, e hanno una
percezione della realtà più sistemica e partecipativa che lineare e
obiettiva. Non si preoccupano della localizzazione geografica delle
persone a cui abitualmente mandano e-mail, delle quali conoscono
solo l'indirizzo virtuale. Pensano al mondo come a un palcoscenico e alla
propria vita come a una serie di rappresentazioni teatrali. Cambiano in
continuazione, a ogni passaggio fondamentale della propria esistenza
sperimentando stili di vita sempre nuovi. Questi uomini e queste donne non
sono interessati alla storia, bensì ossessionati dalla moda e dallo stile.
Provano tutto e amano l'innovazione. D'altra parte, nel loro ambiente in
rapido e costante mutamento, costumi, convenzioni e tradizioni sono quasi
inesistenti. Questi uomini nuovi stanno iniziando a lasciarsi alle
spalle la proprietà: il loro mondo - un mondo di reti, gatekeepers
e connettività - comincia appena a essere dominato da eventi iper-reali e
da esperienze istantanee. Per loro ciò che conta è l'accesso: non essere
connessi è la morte. Sono i primi esseri umani a vivere in quella che lo
storico Arnold Toynbee ha definito età postmoderna. Questa nuova era
contrasta decisamente con l'età moderna, in cui i rapporti proprietari e
il possesso informavano ogni transazione economica e definivano la quasi
totalità delle interazioni sociali: le distinzioni nell'età postmoderna
sono relative più all'accesso che al possesso. Cosa rende l'età
postmoderna così diversa dall'età moderna? La risposta, semplice e, nello
stesso tempo, complessa, può avere a che fare con la considerazione che
l'età postmoderna è legata a una nuova fase del capitalismo, fondata sulla
mercificazione del tempo, della cultura e delle esperienze, mentre le
epoche precedenti coincisero con fasi basate sulla mercificazione della
terra e delle risorse, lo sfruttamento del lavoro, la produzione di merci
e servizi di base.
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La
modernità La modernità - epoca storica che va
dall'Illuminismo alla fine della seconda guerra mondiale - ha identificato
nel trionfo della proprietà privata il principio fondante delle strutture
e delle relazioni sociali, e nell'avvento del razionalismo, del
positivismo scientifico, del materialismo, del concetto di progresso come
processo lineare, le grandi sovrastrutture filosofiche del regime della
proprietà privata. Le idee dell'Illuminismo su natura, società e coscienza
rafforzarono, in ogni dettaglio, il neonato sistema capitalistico basato
sul possesso esclusivo e sullo scambio di proprietà e capitale. L'epoca
moderna fu contrassegnata dalla convinzione -secondo alcuni una vera e
propria fede - che il mondo fosse governato da regole immutabili, che
possono essere conosciute e sfruttate per migliorare la condizione
dell'uomo. Alla religione fu sostituita l'ideologia, convinti che la mente
umana fosse in grado di sintetizzare il vasto bagaglio delle conoscenze
disponibili in teorie dimostrabili capaci di spiegare le origini, lo
sviluppo e il funzionamento del mondo naturale. Francesco Bacone, da molti
considerato il padre della scienza moderna, elaborò un metodo per
esplorare correttamente i segreti della natura. Egli affermò che la mente
umana fosse in grado di staccarsi dalla natura per studiarla con
l'atteggiamento di un osservatore imparziale. Bacone considerava la natura
una «volgare baldracca» la cui selvatichezza poteva essere «imbrigliata,
formata e modellata» per «estendere la potenza e il dominio del genere
umano a tutte le cose». Bacone era convinto che, grazie al metodo
scientifico, l'uomo disponesse dello strumento che gli avrebbe dato «il
potere di conquistare e sottomettere» la natura e di «scuoterla dalle
fondamenta». A sua volta, Cartesio aveva sostituito la grande catena
dell'essere di Tommaso d'Aquino con la visione meccanica di un
universo-congegno, il cui funzionamento era automatico e prevedibile come
quello delle lancette del grande orologio di Strasburgo. Cartesio spogliò
la natura di ogni residua qualità sostantiva, riducendola a quelle che
considerava le sue fondamentali componenti matematiche e quantitative, il
suo universo aritmetico è fisso, regolare, divisibile: un mondo in cui
coordinate e velocità costituiscono una gabbia onnicomprensiva per
l'organizzazione della realtà. In epoca moderna fu introdotta l'idea di
progresso. L'età dell'oro, si diceva, non è sepolta in un oscuro passato,
ma in un futuro molto prossimo: la genialità e la volontà dell'uomo, non
la provvidenza divina, condurranno l'umanità a un nuovo paradiso
terrestre, a un mondo utopico di abbondanza materiale. Il marchese di
Condorcet sosteneva fiducioso che « la natura non ha posto alcun limite al
perfezionamento delle facoltà umane; [...] la perfettibilità dell'uomo è
realmente indefinita; i progressi di questa perfettibilità, ormai
indipendenti da ogni potenza che volesse arrestarli, non hanno altro
limite che la durata del globo sul quale la natura ci ha gettato». La
visione del mondo degli illuministi fornì una straordinaria e
onnicomprensiva teoria per spiegare il funzionamento del nuovo ordine
sociale, che poggiava su rapporti di proprietà ed era spinto dallo
sviluppo del capitalismo. Filosofi e intellettuali dell'epoca erano
convinti che il pensiero razionale e il rigore del calcolo matematico
avrebbero rivelato i segreti dell'universo, conferendo all'umanità un
potere di controllo quasi divino sulla natura e sugli individui. Ancora
nel ventesimo secolo, il grande filosofo e matematico Bertrand Russell
scriveva che un giorno la scienza sarebbe riuscita a produrre una
matematica del comportamento umano, precisa quanto quella delle
macchine. Alle radici di questo ritrovato ottimismo c'era la fede in
una realtà oggettiva e conoscibile: se si fosse applicata la scienza a
esplorarne il funzionamento, e la tecnologia a imbrigliarne i prodotti, la
proprietà privata avrebbe rappresentato l'istituzione perfetta per
spartirsi il bottino. L'essenza della nuova realtà configurata dai
filosofi moderni fu descritta da Isaac Newton: egli considerava il mondo
popolato da elementi materiali autonomi - animati e inanimati -
interagenti fra loro in maniera prevedibile sulla scorta delle
imprescindibili leggi della gravità. L'universo di Newton è stato
paragonato a un biliardo pieno di palle: oggetti solidi, con confini
definiti, che si scontrano l'uno con l'altro, reagendo sulla base delle
leggi della fisica. La sensibilità moderna era in perfetta sintonia
con l'idea dei rapporti di proprietà: se il mondo naturale è conoscibile e
sfruttabile, coloro che, attraverso l'ingegno o il lavoro, trasformano la
natura in artificio o merce hanno il diritto di godere dei benefici che
derivano dal possesso dei frutti del proprio lavoro. Questo è quanto
sosteneva John Locke nella sua teoria della proprietà. E se, in
effetti, ogni cosa nel mondo - animato e inanimato - è autonoma, limitata
e definibile come oggetto discreto, è facile sottometterla alle leggi
della proprietà. I filosofi illuministi sgretolarono gli edifici del
pensiero medievale, mutando la nozione stessa di percezione umana,
sostituendo il concetto medievale di universo gerarchico con quello di un
mondo di soggetti e oggetti. Tale idea si riflette nello sviluppo della
prospettiva nella pittura del Rinascimento. La prospettiva non era
sconosciuta ai pittori medievali, ma veniva utilizzata di rado. In un
mondo costituito da un tessuto di rapporti gerarchici che si estende in
una catena ininterrotta dalle fosche profondità dell'inferno ai cancelli
del paradiso, le relazioni si sviluppano in senso verticale: una
concezione della realtà ben espressa dalla pittura medievale. Nel nuovo
mondo orizzontale fatto di terre privatizzate, territori colonizzati e
mercati dei capitali, lo sguardo dell'uomo non è più puntato alle sfere
celesti, ma verso l'orizzonte; così la prospettiva diventa lo strumento
perfetto, ideale per raffigurare l'ambiente. Per sua natura, la
prospettiva pone l'artista al centro del mondo e riduce tutto ciò che è
alla portata dello sguardo a oggetto di cui ci si può appropriare. Il
metodo scientifico di Bacone e gran parte delle teorie sulla natura
elaborate dalla scienza moderna sono centrati sulla concezione di un mondo
diviso fra soggetti e oggetti. Nel mondo di Bacone, ogni azione è
ricondotta alla lotta per la sopravvivenza fra soggetti in competizione,
ciascuno dei quali tenta di appropriarsi degli oggetti di valore da cui è
circondato. Alla fine, esiste solo la volontà soggettiva: tutto il resto
diventa potenzialmente oggetto, per nutrire e alimentare la volontà. Un
regime di proprietà privata basato sul possesso e sul controllo esclusivo
delle «cose» può fiorire solo in un contesto in cui tutto è riconducibile
a due categorie: soggetto attivo e oggetto passivo.
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La
postmodernità Al contrario, l'era postmoderna si fonda su
assunti affatto diversi sulla natura della realtà: concetti che minano
alla base le idee moderne di proprietà e conducono a una ristrutturazione
delle relazioni umane intorno a princìpi di accesso. In primo luogo,
gli accademici postmodernisti rifiutano l'idea di una realtà unica e
conoscibile. La prima spallata alla fortezza filosofica illuminista è
arrivata nel ventesimo secolo, quando lo scienziato tedesco Werner
Heisenberg introdusse nel dibattito scientifico l'idea di
indeterminatezza. Secondo il principio di indeterminatezza di Heisenberg,
il concetto di osservatore distaccato e imparziale - fondamentale nella
costruzione del metodo scientifico baconiano - che scruta i segreti della
natura e li registra con imparzialità, è anacronistico. Il solo fatto di
compiere un'osservazione pone l'osservatore in rapporto diretto con
l'oggetto della ricerca, distorcendo inevitabilmente il risultato.
Heisenberg ha dimostrato che tutto quello che facciamo - perfino osservare
- condiziona il risultato finale. Ben lungi dall'essere distaccato, ogni
essere umano è nello stesso tempo attore e comparsa, elemento
condizionante e condizionato dal mondo che tenta di manipolare e
influenzare. Dopo Heisenberg, è diventato impossibile accettare la
concezione baconiana di un universo formato soltanto da soggetti
conoscenti che agiscono su oggetti passivi. La nozione newtoniana di
agente autonomo che naviga nell'universo è altrettanto sospetta: se
perfino l'atto di osservare rende l'osservatore coinvolto dall'oggetto
dell'osservazione, l'autonomia è una fantasia più che una realtà. Le
nuove teorie sulla materia e sull'energia diedero un ulteriore colpo alla
metanarrativa illuminista. Si rammenti che la fisica classica definisce la
materia come sostanza fisica impenetrabile. Le leggi di Newton sono
fondate sull'ipotesi che due particelle non possano occupare
simultaneamente il medesimo spazio, poiché ciascuna di esse è un' entità
fisica discreta che occupa una determinata quantità di spazio. Nei primi
anni del ventesimo secolo, però, la concezione ortodossa dei fenomeni
fisici fu messa in discussione da interpretazioni del tutto nuove.
Investigando più a fondo l'universo degli atomi, i fisici cominciarono a
comprendere che l'idea di una materia solida esistente in uno spazio
fisico preciso era ingenua. Quelli che chiamiamo oggetti materiali,
affermavano i nuovi fisici, sono solo modalità di manifestazione
dell'energia: l'apparente fisicità delle cose - la loro fissità e la loro
esistenza materica - sono nozioni approssimate. Con non poca sorpresa,
i fisici scoprirono che l'atomo è tutto fuorché fisso. Anzi, divenne
evidente che l'atomo non è una cosa, nel senso convenzionale del termine,
ma un agglomerato di forze che agiscono in relazione le une alle altre.
Queste relazioni, però, non possono esistere indipendentemente dal tempo.
Come ha affermato lo storico e filosofo Robin G. Collingwood, di Oxford,
tali relazioni possono esistere solo in «un periodo di tempo sufficiente a
permettere al ritmo del movimento di stabilizzarsi». Il filosofo e premio
Nobel Henri Bergson affermò: «Una nota musicale è un nulla, in un
istante». Ha bisogno delle note che la precedono e la seguono nel tempo.
Se un atomo, dunque, è una molteplicità di relazioni che operano nel
tempo, allora, «in ogni dato istante, nel tempo, l'atomo non possiede
alcuna di queste caratteristiche». Dunque, la vecchia idea di struttura
indipendente dai processi venne abbandonata. La nuova fisica afferma
l'impossibilità di separare ciò che una cosa è da ciò che fa. Nulla è
statico. Perciò, le cose non esistono più indipendentemente dal tempo, ma
- al contrario - per mezzo del tempo. Secondo la nuova fisica, la
materia è una forma di energia e l'energia è attività allo stato puro.
Finita per sempre l'idea quantitativa di sostanze materiali che esistono
come «gabbia statica di relazioni spaziali». Lo scienziato e filosofo
Alfred North Whitehead diede un colpo mortale al concetto di spazio come
elemento dominante della natura: «Il concetto di spazio, con le sue
relazioni geometriche, passive e sistematiche, è assolutamente inadeguato
[...] non c'è nulla in natura che non sia transizione, e non c'è
transizione che non sia durata temporale». Quali conseguenze sul
concetto di proprietà? I fisici hanno cominciato a demolire la realtà
materiale del mondo moderno. Come è possibile possedere una forza, una
modalità di attività, una relazione nel tempo? In un mondo in cui i
confini fra le cose sono convenzioni sociali, come è possibile distinguere
fra ciò che è mio e ciò che è tuo? È interessante notare che, per un
individuo cieco dalla nascita o dalla primissima infanzia, recuperare la
vista può rappresentare un'esperienza traumatica. Dato che la sua mente
non è abituata a distinguere oggetti singoli, separati gli uni dagli
altri, la sua visione del mondo è un caleidoscopio di colori e di ombre
che cambiano incessantemente forma e intensità, in cui tutto è processo e
movimento. Le forme discrete e limitate non sono distinguibili con
facilità, e questo può far supporre che la percezione naturale delle cose
come separate le une dalle altre non sia affatto un'esperienza spontanea,
bensì appresa, parte del nostro sviluppo cognitivo. Mentre la maggior
parte degli uomini continuava a vivere come se il mondo fosse popolato di
soggetti e oggetti e di cose materiali espropriabili, le scienze fisiche,
silenziosamente ma inesorabilmente, definirono una nuova griglia
filosofica per l'interpretazione della realtà. Oggi la teoria del caos, la
teoria delle catastrofi, la teoria della complessità e quella delle
strutture dissipative riflettono la nuova enfasi posta dalla scienza
sull'indeterminatezza, la contingenza, l'interdipendenza e la diversità
del mondo naturale. Se la scienza moderna cercava verità ultime e
particelle fondamentali, la nuova scienza è orientata verso possibilità
inattese e configurazioni prevalenti. La natura è vista più come una serie
continua di atti creativi che come un corpus di leggi inalterabili che
possono essere svelate. La natura riserva sorprese a ogni passo e
costruisce giorno per giorno la propria realtà. Queste nuove idee della
fisica, della chimica e della matematica hanno avuto il loro impatto più
evidente sulle scienze umane. Se non esiste una realtà unica e
conoscibile, ma solo realtà individuali che creiamo attraverso la nostra
partecipazione e la nostra esperienza del mondo, l'idea di una
metanarrativa onnicomprensiva, di una visione della realtà che possa
abbracciare tutto, non sussiste. Il mondo, secondo i postmodernisti, è un
costrutto umano: lo determiniamo noi, come dicono i semiotici, attraverso
le storie che concepiamo per spiegarlo e il modo in cui scegliamo di
viverlo. Questo nuovo mondo non è oggettivo, ma contingente; non è fatto
di verità, ma di opzioni e scenari. È un mondo creato dal linguaggio e
tenuto insieme dalle metafore e dai significati condivisi, che cambiano di
continuo nel tempo. La realtà, si direbbe, non è qualcosa che ci è dato,
ma qualcosa che creiamo, tessiamo continuamente, nel comunicarla. Il
filosofo spagnolo José Ortega y Gasset affermò che esistono tante realtà
quanti punti di vista. La sua teoria del percettivismo ha messo in
discussione il concetto moderno di realtà semplice, conoscibile,
oggettiva, contrapponendole l'idea di realtà molteplici, ciascuna delle
quali rappresenta l'unica storia di vita di ogni essere umano che popola
la terra. La sintesi di questo nuovo modo di pensare sta nella sua frase:
«Io sono io e la mia circostanza». Perfino la scienza, sostengono i
postmodernisti, è uno scenario elaborato di testi e storie la cui autorità
risiede, in ultima istanza, nella capacità di coinvolgere i lettori e di
convincerli della propria veridicità. Heisenberg osservava che, per quanto
riguarda le indagini della scienza, «dobbiamo ricordare che ciò che
osserviamo non è la natura in se stessa, ma la natura esposta ai nostri
metodi d'indagine. Nella fisica, il nostro lavoro scientifico consiste nel
porre domande alla natura, nel linguaggio che noi possediamo». La realtà,
dunque, è una funzione del linguaggio che usiamo per spiegarla,
descriverla e interagire con essa. Per parafrasare Amleto, la realtà è
«parole, parole, parole». Nel mondo postmoderno, le trame e le
rappresentazioni diventano altrettanto importanti - o, forse, più
importanti - dei fatti e dei numeri. La nuova era si nutre di semiotica -
lo studio dei segni e dei significati - ed è tanto interessata alle leggi
della grammatica e della semantica quanto l'epoca moderna era interessata
alle leggi della fisica. Per gli studiosi, l'interesse scientifico nei
confronti della verità è meno importante della ricerca personale e
collettiva di significati. Il linguaggio, in quanto veicolo per comunicare
pensieri e sentimenti, è la chiave per esplorare i significati. Il
linguaggio, come dice lo psicologo William Bergquist, è «esso stesso una
realtà primaria nelle nostre esperienze di vita giornaliere». Nell'era
moderna, la gente era alla ricerca di uno scopo; nell'epoca postmoderna è
interessata alla giocosità: in ogni sua manifestazione, l'ordine è
considerato un vincolo, una forma di prigionia, mentre, d'altra parte,
l'anarchia creativa è tollerata, se non perfino ricercata. La spontaneità
è l'unico ammissibile ordine del giorno: nell'ambiente postmoderno, dove
tutto è meno serio, ironia, paradosso e scetticismo la fanno da padroni.
Non ci si preoccupa di fare la storia, bensì di elaborare storie
interessanti da vivere. E, mancando una architettura storica che spieghi
interamente la natura o la società, l'interesse per la storia svanisce. La
storia non è più uno strumento per la comprensione del passato e
l'interpretazione del futuro, ma un'accozzaglia di frammenti di racconti
che possono essere riciclati e integrati nella trama sociale
contemporanea. Il ritmo serrato della cultura iper-reale del
nanosecondo riduce l'orizzonte temporale individuale e collettivo
all'immediato. Le tradizioni e le eredità sono di secondario interesse:
ciò che conta è «adesso» ; ciò che è importante è avere la possibilità di
vivere e godere il momento. Climax e catarsi prendono il posto di
efficienza e produttività tanto nella vita privata quanto nell'esperienza
sociale. È un mondo pieno di spettacoli, divertimenti e rappresentazioni
molto sofisticate eseguite su palcoscenici complessi. In questa nuova era
il «principio di realtà», che ha governato la condotta umana dalla
rivoluzione protestante alla rivoluzione industriale, è stato detronizzato
o, meglio, abbandonato. Il «principio del piacere» regna
sovrano. Giocosità e ricerca del piacere sono ovunque. Si prenda, per
esempio, l'architettura: in contrasto con la seriosità dell'architettura
moderna, con l'enfasi posta su regolarità e funzionalità, gli architetti
postmodernisti sottolineano l'ironia e il divertimento. Spesso i palazzi
postmoderni sono collage di stili storici assemblati per stupire,
stimolare e divertire. Colonne classiche e timpani greco-romani si possono
giustapporre a un bric-à-brac neobarocco; facciate neoclassiche di
arenaria impeccabilmente restaurate possono celare strutture da era
spaziale; contrazioni in stile Rube Goldberg possono adornare un ingresso
che dà adito a un atrio decorato da un trompe l'oeil raffigurante
un villaggio della campagna francese. L'ortodossia architettonica ha
ceduto il passo all'iconoclastia e a un atteggiamento che tende a
giustificare qualsiasi invenzione, purché in grado di catturare
l'attenzione e far parlare di sé. Nel campo delle scienze sociali, gli
studiosi postmodernisti affermano che lo sforzo moderno di creare una
visione unitaria del comportamento umano ha prodotto solo ideologie
classiste, razziste e colonialiste. La sociologia postmodema mette
l'accento sul pluralismo e sull'ambivalenza e predica la tolleranza per le
infinite possibili trame che concorrono a comporre l'esperienza
umana. Non c'è un regime sociale ideale a cui aspirare, ma una
molteplicità di esperimenti culturali, ciascuno egualmente valido. Si
rifugge dall'idea di un ineluttabile progresso lineare verso un ideale
utopico condiviso: il postmoderno celebra la diversità delle esperienze
locali che, nel loro insieme, costituiscono un'ecologia dell'esistenza
umana. La nuova era è ambigua e diversificata, divertente e allegra,
tollerante e caotica; è eclettica e molto irriverente; ideologie, verità
inalterabili e leggi ferree sono messe da parte per fare spazio a
rappresentazioni di ogni tipo. L'era postmoderna, dunque, è
caratterizzata dalla giocosità; l'era moderna dall'industriosità. In una
società fondata sul lavoro, la produzione è il paradigma operativo e la
proprietà rappresenta il frutto degli sforzi dell'uomo. In un mondo che
ruota intorno al gioco, regna la rappresentazione e obiettivo
dell'attività umana diviene la fruizione a pagamento di esperienze
culturali. Nell'era dell'accesso, fabbricare cose, scambiare e accumulare
proprietà è secondario rispetto a costruire scenari, raccontare storie e
mettere in atto le nostre fantasie. Gli spigoli vivi di un'era dedicata
a imbrigliare e trasformare risorse materiali si sono smussati: la
postmodernità è più morbida, leggera, legata alle sensazioni e alle
attitudini; è un mondo alla rovescia. La mente consapevole del pensiero
razionale e analitico è fonte di sospetto, mentre la mente inconscia del
desiderio erotico, dell'illusione e del sogno sale alla ribalta e diventa,
in effetti, realtà (o, più propriamente, iper-realtà). Il mundus
subterraneus della fantasia è glorificato e reso esplicito. Jean
Baudrillard, Frederic Jameson e altri studiosi attribuiscono questo
storico rivolgimento - il trionfo dell'inconscio - agli enormi cambiamenti
delle tecnologie della comunicazione e del commercio, che hanno
trasformato il mondo in palcoscenico e le esperienze in simulazioni. Un
postmodernista francese ha osservato che se un bambino cresce trascorrendo
la maggior parte delle proprie ore di veglia davanti a uno schermo,
scrutando i recessi di una realtà virtuale, dopo qualche tempo, tale
realtà per lui non sarà più virtuale. Baudrillard, per esempio, afferma
che la TV non è più un surrogato della realtà; non è più neanche
interpretazione e drammatizzazione della realtà: la TV è la realtà. La
ricerca Kids and Media at the New Millennium, condotta nel 1999
dalla Kaiser Family Foundation, rivela che i bambini americani
trascorrono in media cinque ore e mezza al giorno, sette giorni su sette,
interagendo con strumenti elettronici di intrattenimento. Per i ragazzini
di età superiore agli otto anni, la media è perfino più elevata e
raggiunge le sei ore e quarantacinque minuti al giorno per attività
ricreative legate a televisori, videogame, Internet o altri media (al di
fuori delle aule scolastiche). La ricerca ha rilevato anche un altro fatto
di grande importanza: durante l'interazione con il media elettronico, il
bambino è solo: per il 95% del tempo i bambini più grandi sono soli
davanti alla televisione; la media scende all'81% per quelli più
piccoli. MTV, meglio di qualsiasi altra emittente televisiva, esprime
tutte le caratteristiche del nuovo ethos postmoderno. In tutto il
mondo, milioni di ragazzini e di adolescenti trascorrono il proprio tempo
libero guardando le sue trasmissioni: principalmente video promozionali di
gruppi rock. Su MTV, tutte le distinzioni elaborate con estrema cura nel
corso dell'era moderna si stemperano: in questo senso, si tratta di una
forma d'arte rivoluzionaria; non bisogna, però, dimenticare che si tratta
di una realizzazione di marketing il cui obiettivo è vendere musica. Il
giornalista di «Rolling Stone» Stephen Levy sottolinea che «il risultato
più notevole ottenuto da MTV è stato rinchiudere il rock and roll nel
video, dove non è più possibile distinguere fra intrattenimento e
promozione delle vendite». MTV abbatte confini di ogni sorta; livella
le molteplici sfaccettature dell'esperienza umana in un'unica, piatta
dimensione in cui tutti i fenomeni esistono in forma di pure immagini che
si susseguono a velocità fulminea, senza contesto né coerenza. L'intera
cultura prodotta dall'uomo viene saccheggiata alla ricerca di immagini,
che vengono poi mescolate per generare un Blitzkrieg di stimoli
visuali coinvolgenti ed evocativi, pensato per disorientare lo spettatore
e catturarne, nello stesso tempo, lo sguardo. Tutte le categorie vengono
ridefinite, tutte le divisioni superate: la separatezza delle cose nel
tempo e nello spazio - cioè, ciò che le rende uniche - è eliminata. Ann
Kaplan, direttore dello Humanities Institute presso la State
University of New York a Stony Brook, osserva che «MTV rifiuta ogni
riconoscimento chiaro dei confini precedentemente ritenuti sacri: immagini
dell'espressionismo tedesco, del surrealismo francese, del dadaismo [...]
vengono mescolate a quelle rubate ai film noir o di gangster
o dell'orrore, in modo da obliterare le differenze». MTV non è parodia,
ma pastiche. Non offre giudizi, non reprime critiche; anzi, non
crea alcun punto di riferimento a cui, eventualmente, commentare; solo una
infinita processione di frammenti culturali che realizzano quella che Jean
Baudrillard chiama «l'estasi della comunicazione». MTV è un'esperienza
priva di contesto. Ha le sembianze dell'inconscio: un regno senza tempo in
cui fantasie di ogni genere ribollono sullo schermo per dissolversi l'una
nell' altra senza soluzione di continuità. MTV è intrattenimento onirico,
libero dal peso di qualsiasi zavorra storica o geografica. MTV
riconfeziona brandelli di cultura in forma di fantasie simulate che
divertono, eccitano e offrono una sorta di esperienza virtuale a milioni
di giovani. È il significante ideale del postmoderno. Televisione e
ciberspazio sono diventati i luoghi in cui trascorriamo la maggior parte
del nostro tempo e dove si scrivono buona parte delle trame delle nostre
vite, individuali e collettive. Le generazioni attuali sono molto propense
a equiparare il mondo «vero» e gli eventi che vi accadono a ciò che hanno
visto e sperimentato alla televisione. Il critico culturale O.B. Hardison
ha osservato che «per molte persone, oggi, un evento non è autenticato -
cioè, non è "reale" - se non è stato in televisione». La questione,
allora, è cosa sia realtà e cosa illusione. Secondo i postmodernisti, la
risposta è: l'esperienza più potente; questo, per un numero sempre
maggiore di giovani, significa: la simulazione. Baudrillard sostiene che
viviamo nel mondo immaginario dello schermo, dell'interfaccia e delle
reti. Tutte le nostre macchine sono schermi, noi stessi siamo diventati
schermi e l'interazione fra uomini è diventata interattività fra schermi.
Insomma, è come se già vivessimo in un' allucinazione «estetica» della
realtà.
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