parte introduttiva

Corso 2000-2001

invito alla lettura


Jeremy Rifkin
La fase postmoderna

 

Jeremy Rifkin,
L'era dell'accesso. La rivoluzione della New Economy,

pp. 249-263,
Mondadori, 2000

Quarta di copertina

All'inizio del terzo millennio l'impatto delle nuove tecnologie sta cambiando radicalmente la struttura della società e il nostro modo di vivere. Nella «Fine del lavoro», Jeremy Rifkin sottolineava l'urgenza di trovare quanto prima una risposta al problema, generato dall'informatizzazione, del «lavoro umano inutilizzato». Oggi, nell'«Era dell'accesso», delinea gli scenari di un futuro imminente in cui le idee e le conoscenze sono i principali generatori di ricchezza, in cui per la prima volta nella storia moderna il possesso di beni materiali viene considerato un limite alla capacità di adeguarsi al cambiamento e ogni genere di bene, servizio o conoscenza (dall'informazione all'intrattenimento all'istruzione) deve essere acquistato o preso in affitto. Questo spiega perché le aziende si stanno rapidamente liberando di qualsiasi forma di proprietà - perfino degli impianti produttivi - e privilegiano il massiccio ricorso all'outsourcing e al leasing. Gran parte delle funzioni una volta risolte in ambito sociale e culturale vengono così sostituite da rapporti economici e quasi tutte le attività diventano esperienze di pagamento. In queste pagine Rifkin analizza le strutture organizzative dell'economia delle reti e i meccanismi dell'informazione caratteristici dell'era che si apre, evidenziando i rischi e le opportunità che si prospettano per lo sviluppo della società e l'emancipazione dell'uomo nel ventunesimo secolo. Da un alto il potere dei «nuovi tiranni» del progresso, i più grandi e importanti provider internazionali, destinati a gestire l'accesso a ogni attività e a controllare la vita di ciascuno di noi in una società dove si accresce il divario tra chi è «connesso» e chi non lo è; dall'altro la possibilità di una maggiore diffusione della conoscenza, della democrazia e del benessere, e l'affrancamento dalla «schiavitù» del lavoro. Destinato a diventare uno dei libri più discussi del 2000. L'«Era dell'accesso» esplora il mondo dell'ipercapitalismo: un mondo in cui l'accesso a ogni forma di esperienza è più importante del possesso di beni materiali, e in cui vivere diventa un'attività a pagamento.

 


2. La modernità

Un nuovo archetipo umano
«Un nuovo archetipo umano ha fatto la sua apparizione. L'uomo nuovo del ventunesimo secolo è profondamente diverso da coloro che l' hanno preceduto, nonni e genitori borghesi dell'era industriale: si trova a suo agio trascorrendo parte della propria esistenza nei mondi virtuali del ciberspazio, ha familiarità con i meccanismi dell'economia delle reti, è meno interessato ad accumulare cose di quanto lo sia a vivere esperienze divertenti ed eccitanti, cambia maschera con rapidità per adattarsi a qualsiasi nuova situazione (reale o simulata)».
Lo psicologo Robert J. Lifton ha definito questa nuova generazione «proteiforme» : uomini e donne cresciuti nei common-interest developments, la cui salute è gestita dal servizio sanitario, che utilizzano automobili in leasing, acquistano online, si aspettano di ottenere software gratuitamente, ma sono disposti a pagare per servizi aggiuntivi e aggiornamenti. Vivono in un mondo di stimoli sonori che durano sette secondi, sono abituati all'accesso rapido alle informazioni, hanno una soglia d'attenzione labile, sono più spontanei che riflessivi. Pensano a se stessi come a giocatori più che a lavoratori e preferiscono essere considerati creativi piuttosto che industriosi. Sono cresciuti in un mondo di occupazione just-in-time e sono abituati a incarichi temporanei. Anzi, le loro vite, in generale, sono segnate da un grado di mobilità e di precarietà maggiore, sono meno radicate di quelle dei loro genitori. Sono più «terapeutici» che ideologici e pensano più in termini di immagini che di parole: sono meno abili nella composizione di frasi, ma superiori nell'elaborazione di dati elettronici. Sono più emotivi che analitici. Ritengono che Disney World e Club Med siano «veri», considerano i centri commerciali pubbliche piazze e non distinguono fra sovranità del consumatore e democrazia. Trascorrono con personaggi di fantasia, nei film, nei programmi televisivi e nel ciberspazio, tanto tempo quanto ne dedicano ai propri simili nella vita reale; anzi, arrivano perfino a inserire tali personaggi nella conversazione e nell'interazione, rendendoli parte della propria storia personale. Il loro mondo è più fluido, segnato da confini più sfumati. Sono cresciuti a ipertesti, link fra siti Web e anelli di feedback, e hanno una percezione della realtà più sistemica e partecipativa che lineare e obiettiva. Non si preoccupano della localizzazione geografica delle persone a cui abitualmente mandano e-mail, delle quali conoscono solo l'indirizzo virtuale. Pensano al mondo come a un palcoscenico e alla propria vita come a una serie di rappresentazioni teatrali. Cambiano in continuazione, a ogni passaggio fondamentale della propria esistenza sperimentando stili di vita sempre nuovi. Questi uomini e queste donne non sono interessati alla storia, bensì ossessionati dalla moda e dallo stile. Provano tutto e amano l'innovazione. D'altra parte, nel loro ambiente in rapido e costante mutamento, costumi, convenzioni e tradizioni sono quasi inesistenti.
Questi uomini nuovi stanno iniziando a lasciarsi alle spalle la proprietà: il loro mondo - un mondo di reti, gatekeepers e connettività - comincia appena a essere dominato da eventi iper-reali e da esperienze istantanee. Per loro ciò che conta è l'accesso: non essere connessi è la morte. Sono i primi esseri umani a vivere in quella che lo storico Arnold Toynbee ha definito età postmoderna. Questa nuova era contrasta decisamente con l'età moderna, in cui i rapporti proprietari e il possesso informavano ogni transazione economica e definivano la quasi totalità delle interazioni sociali: le distinzioni nell'età postmoderna sono relative più all'accesso che al possesso.
Cosa rende l'età postmoderna così diversa dall'età moderna? La risposta, semplice e, nello stesso tempo, complessa, può avere a che fare con la considerazione che l'età postmoderna è legata a una nuova fase del capitalismo, fondata sulla mercificazione del tempo, della cultura e delle esperienze, mentre le epoche precedenti coincisero con fasi basate sulla mercificazione della terra e delle risorse, lo sfruttamento del lavoro, la produzione di merci e servizi di base.

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La modernità
La modernità - epoca storica che va dall'Illuminismo alla fine della seconda guerra mondiale - ha identificato nel trionfo della proprietà privata il principio fondante delle strutture e delle relazioni sociali, e nell'avvento del razionalismo, del positivismo scientifico, del materialismo, del concetto di progresso come processo lineare, le grandi sovrastrutture filosofiche del regime della proprietà privata. Le idee dell'Illuminismo su natura, società e coscienza rafforzarono, in ogni dettaglio, il neonato sistema capitalistico basato sul possesso esclusivo e sullo scambio di proprietà e capitale.
L'epoca moderna fu contrassegnata dalla convinzione -secondo alcuni una vera e propria fede - che il mondo fosse governato da regole immutabili, che possono essere conosciute e sfruttate per migliorare la condizione dell'uomo. Alla religione fu sostituita l'ideologia, convinti che la mente umana fosse in grado di sintetizzare il vasto bagaglio delle conoscenze disponibili in teorie dimostrabili capaci di spiegare le origini, lo sviluppo e il funzionamento del mondo naturale. Francesco Bacone, da molti considerato il padre della scienza moderna, elaborò un metodo per esplorare correttamente i segreti della natura. Egli affermò che la mente umana fosse in grado di staccarsi dalla natura per studiarla con l'atteggiamento di un osservatore imparziale. Bacone considerava la natura una «volgare baldracca» la cui selvatichezza poteva essere «imbrigliata, formata e modellata» per «estendere la potenza e il dominio del genere umano a tutte le cose». Bacone era convinto che, grazie al metodo scientifico, l'uomo disponesse dello strumento che gli avrebbe dato «il potere di conquistare e sottomettere» la natura e di «scuoterla dalle fondamenta».
A sua volta, Cartesio aveva sostituito la grande catena dell'essere di Tommaso d'Aquino con la visione meccanica di un universo-congegno, il cui funzionamento era automatico e prevedibile come quello delle lancette del grande orologio di Strasburgo. Cartesio spogliò la natura di ogni residua qualità sostantiva, riducendola a quelle che considerava le sue fondamentali componenti matematiche e quantitative, il suo universo aritmetico è fisso, regolare, divisibile: un mondo in cui coordinate e velocità costituiscono una gabbia onnicomprensiva per l'organizzazione della realtà.
In epoca moderna fu introdotta l'idea di progresso. L'età dell'oro, si diceva, non è sepolta in un oscuro passato, ma in un futuro molto prossimo: la genialità e la volontà dell'uomo, non la provvidenza divina, condurranno l'umanità a un nuovo paradiso terrestre, a un mondo utopico di abbondanza materiale. Il marchese di Condorcet sosteneva fiducioso che « la natura non ha posto alcun limite al perfezionamento delle facoltà umane; [...] la perfettibilità dell'uomo è realmente indefinita; i progressi di questa perfettibilità, ormai indipendenti da ogni potenza che volesse arrestarli, non hanno altro limite che la durata del globo sul quale la natura ci ha gettato».
La visione del mondo degli illuministi fornì una straordinaria e onnicomprensiva teoria per spiegare il funzionamento del nuovo ordine sociale, che poggiava su rapporti di proprietà ed era spinto dallo sviluppo del capitalismo.
Filosofi e intellettuali dell'epoca erano convinti che il pensiero razionale e il rigore del calcolo matematico avrebbero rivelato i segreti dell'universo, conferendo all'umanità un potere di controllo quasi divino sulla natura e sugli individui. Ancora nel ventesimo secolo, il grande filosofo e matematico Bertrand Russell scriveva che un giorno la scienza sarebbe riuscita a produrre una matematica del comportamento umano, precisa quanto quella delle macchine.
Alle radici di questo ritrovato ottimismo c'era la fede in una realtà oggettiva e conoscibile: se si fosse applicata la scienza a esplorarne il funzionamento, e la tecnologia a imbrigliarne i prodotti, la proprietà privata avrebbe rappresentato l'istituzione perfetta per spartirsi il bottino. L'essenza della nuova realtà configurata dai filosofi moderni fu descritta da Isaac Newton: egli considerava il mondo popolato da elementi materiali autonomi - animati e inanimati - interagenti fra loro in maniera prevedibile sulla scorta delle imprescindibili leggi della gravità. L'universo di Newton è stato paragonato a un biliardo pieno di palle: oggetti solidi, con confini definiti, che si scontrano l'uno con l'altro, reagendo sulla base delle leggi della fisica.
La sensibilità moderna era in perfetta sintonia con l'idea dei rapporti di proprietà: se il mondo naturale è conoscibile e sfruttabile, coloro che, attraverso l'ingegno o il lavoro, trasformano la natura in artificio o merce hanno il diritto di godere dei benefici che derivano dal possesso dei frutti del proprio lavoro. Questo è quanto sosteneva John Locke nella sua teoria della proprietà.
E se, in effetti, ogni cosa nel mondo - animato e inanimato - è autonoma, limitata e definibile come oggetto discreto, è facile sottometterla alle leggi della proprietà. I filosofi illuministi sgretolarono gli edifici del pensiero medievale, mutando la nozione stessa di percezione umana, sostituendo il concetto medievale di universo gerarchico con quello di un mondo di soggetti e oggetti. Tale idea si riflette nello sviluppo della prospettiva nella pittura del Rinascimento. La prospettiva non era sconosciuta ai pittori medievali, ma veniva utilizzata di rado. In un mondo costituito da un tessuto di rapporti gerarchici che si estende in una catena ininterrotta dalle fosche profondità dell'inferno ai cancelli del paradiso, le relazioni si sviluppano in senso verticale: una concezione della realtà ben espressa dalla pittura medievale.
Nel nuovo mondo orizzontale fatto di terre privatizzate, territori colonizzati e mercati dei capitali, lo sguardo dell'uomo non è più puntato alle sfere celesti, ma verso l'orizzonte; così la prospettiva diventa lo strumento perfetto, ideale per raffigurare l'ambiente. Per sua natura, la prospettiva pone l'artista al centro del mondo e riduce tutto ciò che è alla portata dello sguardo a oggetto di cui ci si può appropriare. Il metodo scientifico di Bacone e gran parte delle teorie sulla natura elaborate dalla scienza moderna sono centrati sulla concezione di un mondo diviso fra soggetti e oggetti. Nel mondo di Bacone, ogni azione è ricondotta alla lotta per la sopravvivenza fra soggetti in competizione, ciascuno dei quali tenta di appropriarsi degli oggetti di valore da cui è circondato. Alla fine, esiste solo la volontà soggettiva: tutto il resto diventa potenzialmente oggetto, per nutrire e alimentare la volontà. Un regime di proprietà privata basato sul possesso e sul controllo esclusivo delle «cose» può fiorire solo in un contesto in cui tutto è riconducibile a due categorie: soggetto attivo e oggetto passivo.

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La postmodernità
Al contrario, l'era postmoderna si fonda su assunti affatto diversi sulla natura della realtà: concetti che minano alla base le idee moderne di proprietà e conducono a una ristrutturazione delle relazioni umane intorno a princìpi di accesso.
In primo luogo, gli accademici postmodernisti rifiutano l'idea di una realtà unica e conoscibile. La prima spallata alla fortezza filosofica illuminista è arrivata nel ventesimo secolo, quando lo scienziato tedesco Werner Heisenberg introdusse nel dibattito scientifico l'idea di indeterminatezza. Secondo il principio di indeterminatezza di Heisenberg, il concetto di osservatore distaccato e imparziale - fondamentale nella costruzione del metodo scientifico baconiano - che scruta i segreti della natura e li registra con imparzialità, è anacronistico. Il solo fatto di compiere un'osservazione pone l'osservatore in rapporto diretto con l'oggetto della ricerca, distorcendo inevitabilmente il risultato. Heisenberg ha dimostrato che tutto quello che facciamo - perfino osservare - condiziona il risultato finale. Ben lungi dall'essere distaccato, ogni essere umano è nello stesso tempo attore e comparsa, elemento condizionante e condizionato dal mondo che tenta di manipolare e influenzare. Dopo Heisenberg, è diventato impossibile accettare la concezione baconiana di un universo formato soltanto da soggetti conoscenti che agiscono su oggetti passivi. La nozione newtoniana di agente autonomo che naviga nell'universo è altrettanto sospetta: se perfino l'atto di osservare rende l'osservatore coinvolto dall'oggetto dell'osservazione, l'autonomia è una fantasia più che una realtà.
Le nuove teorie sulla materia e sull'energia diedero un ulteriore colpo alla metanarrativa illuminista. Si rammenti che la fisica classica definisce la materia come sostanza fisica impenetrabile. Le leggi di Newton sono fondate sull'ipotesi che due particelle non possano occupare simultaneamente il medesimo spazio, poiché ciascuna di esse è un' entità fisica discreta che occupa una determinata quantità di spazio. Nei primi anni del ventesimo secolo, però, la concezione ortodossa dei fenomeni fisici fu messa in discussione da interpretazioni del tutto nuove. Investigando più a fondo l'universo degli atomi, i fisici cominciarono a comprendere che l'idea di una materia solida esistente in uno spazio fisico preciso era ingenua. Quelli che chiamiamo oggetti materiali, affermavano i nuovi fisici, sono solo modalità di manifestazione dell'energia: l'apparente fisicità delle cose - la loro fissità e la loro esistenza materica - sono nozioni approssimate.
Con non poca sorpresa, i fisici scoprirono che l'atomo è tutto fuorché fisso. Anzi, divenne evidente che l'atomo non è una cosa, nel senso convenzionale del termine, ma un agglomerato di forze che agiscono in relazione le une alle altre. Queste relazioni, però, non possono esistere indipendentemente dal tempo. Come ha affermato lo storico e filosofo Robin G. Collingwood, di Oxford, tali relazioni possono esistere solo in «un periodo di tempo sufficiente a permettere al ritmo del movimento di stabilizzarsi». Il filosofo e premio Nobel Henri Bergson affermò: «Una nota musicale è un nulla, in un istante». Ha bisogno delle note che la precedono e la seguono nel tempo. Se un atomo, dunque, è una molteplicità di relazioni che operano nel tempo, allora, «in ogni dato istante, nel tempo, l'atomo non possiede alcuna di queste caratteristiche».
Dunque, la vecchia idea di struttura indipendente dai processi venne abbandonata. La nuova fisica afferma l'impossibilità di separare ciò che una cosa è da ciò che fa. Nulla è statico. Perciò, le cose non esistono più indipendentemente dal tempo, ma - al contrario - per mezzo del tempo.
Secondo la nuova fisica, la materia è una forma di energia e l'energia è attività allo stato puro. Finita per sempre l'idea quantitativa di sostanze materiali che esistono come «gabbia statica di relazioni spaziali». Lo scienziato e filosofo Alfred North Whitehead diede un colpo mortale al concetto di spazio come elemento dominante della natura: «Il concetto di spazio, con le sue relazioni geometriche, passive e sistematiche, è assolutamente inadeguato [...] non c'è nulla in natura che non sia transizione, e non c'è transizione che non sia durata temporale».
Quali conseguenze sul concetto di proprietà? I fisici hanno cominciato a demolire la realtà materiale del mondo moderno. Come è possibile possedere una forza, una modalità di attività, una relazione nel tempo? In un mondo in cui i confini fra le cose sono convenzioni sociali, come è possibile distinguere fra ciò che è mio e ciò che è tuo? È interessante notare che, per un individuo cieco dalla nascita o dalla primissima infanzia, recuperare la vista può rappresentare un'esperienza traumatica. Dato che la sua mente non è abituata a distinguere oggetti singoli, separati gli uni dagli altri, la sua visione del mondo è un caleidoscopio di colori e di ombre che cambiano incessantemente forma e intensità, in cui tutto è processo e movimento. Le forme discrete e limitate non sono distinguibili con facilità, e questo può far supporre che la percezione naturale delle cose come separate le une dalle altre non sia affatto un'esperienza spontanea, bensì appresa, parte del nostro sviluppo cognitivo.
Mentre la maggior parte degli uomini continuava a vivere come se il mondo fosse popolato di soggetti e oggetti e di cose materiali espropriabili, le scienze fisiche, silenziosamente ma inesorabilmente, definirono una nuova griglia filosofica per l'interpretazione della realtà. Oggi la teoria del caos, la teoria delle catastrofi, la teoria della complessità e quella delle strutture dissipative riflettono la nuova enfasi posta dalla scienza sull'indeterminatezza, la contingenza, l'interdipendenza e la diversità del mondo naturale. Se la scienza moderna cercava verità ultime e particelle fondamentali, la nuova scienza è orientata verso possibilità inattese e configurazioni prevalenti. La natura è vista più come una serie continua di atti creativi che come un corpus di leggi inalterabili che possono essere svelate. La natura riserva sorprese a ogni passo e costruisce giorno per giorno la propria realtà.
Queste nuove idee della fisica, della chimica e della matematica hanno avuto il loro impatto più evidente sulle scienze umane. Se non esiste una realtà unica e conoscibile, ma solo realtà individuali che creiamo attraverso la nostra partecipazione e la nostra esperienza del mondo, l'idea di una metanarrativa onnicomprensiva, di una visione della realtà che possa abbracciare tutto, non sussiste. Il mondo, secondo i postmodernisti, è un costrutto umano: lo determiniamo noi, come dicono i semiotici, attraverso le storie che concepiamo per spiegarlo e il modo in cui scegliamo di viverlo. Questo nuovo mondo non è oggettivo, ma contingente; non è fatto di verità, ma di opzioni e scenari. È un mondo creato dal linguaggio e tenuto insieme dalle metafore e dai significati condivisi, che cambiano di continuo nel tempo. La realtà, si direbbe, non è qualcosa che ci è dato, ma qualcosa che creiamo, tessiamo continuamente, nel comunicarla.
Il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset affermò che esistono tante realtà quanti punti di vista. La sua teoria del percettivismo ha messo in discussione il concetto moderno di realtà semplice, conoscibile, oggettiva, contrapponendole l'idea di realtà molteplici, ciascuna delle quali rappresenta l'unica storia di vita di ogni essere umano che popola la terra. La sintesi di questo nuovo modo di pensare sta nella sua frase: «Io sono io e la mia circostanza». Perfino la scienza, sostengono i postmodernisti, è uno scenario elaborato di testi e storie la cui autorità risiede, in ultima istanza, nella capacità di coinvolgere i lettori e di convincerli della propria veridicità. Heisenberg osservava che, per quanto riguarda le indagini della scienza, «dobbiamo ricordare che ciò che osserviamo non è la natura in se stessa, ma la natura esposta ai nostri metodi d'indagine. Nella fisica, il nostro lavoro scientifico consiste nel porre domande alla natura, nel linguaggio che noi possediamo». La realtà, dunque, è una funzione del linguaggio che usiamo per spiegarla, descriverla e interagire con essa. Per parafrasare Amleto, la realtà è «parole, parole, parole».
Nel mondo postmoderno, le trame e le rappresentazioni diventano altrettanto importanti - o, forse, più importanti - dei fatti e dei numeri. La nuova era si nutre di semiotica - lo studio dei segni e dei significati - ed è tanto interessata alle leggi della grammatica e della semantica quanto l'epoca moderna era interessata alle leggi della fisica. Per gli studiosi, l'interesse scientifico nei confronti della verità è meno importante della ricerca personale e collettiva di significati. Il linguaggio, in quanto veicolo per comunicare pensieri e sentimenti, è la chiave per esplorare i significati. Il linguaggio, come dice lo psicologo William Bergquist, è «esso stesso una realtà primaria nelle nostre esperienze di vita giornaliere».
Nell'era moderna, la gente era alla ricerca di uno scopo; nell'epoca postmoderna è interessata alla giocosità: in ogni sua manifestazione, l'ordine è considerato un vincolo, una forma di prigionia, mentre, d'altra parte, l'anarchia creativa è tollerata, se non perfino ricercata. La spontaneità è l'unico ammissibile ordine del giorno: nell'ambiente postmoderno, dove tutto è meno serio, ironia, paradosso e scetticismo la fanno da padroni. Non ci si preoccupa di fare la storia, bensì di elaborare storie interessanti da vivere. E, mancando una architettura storica che spieghi interamente la natura o la società, l'interesse per la storia svanisce. La storia non è più uno strumento per la comprensione del passato e l'interpretazione del futuro, ma un'accozzaglia di frammenti di racconti che possono essere riciclati e integrati nella trama sociale contemporanea.
Il ritmo serrato della cultura iper-reale del nanosecondo riduce l'orizzonte temporale individuale e collettivo all'immediato. Le tradizioni e le eredità sono di secondario interesse: ciò che conta è «adesso» ; ciò che è importante è avere la possibilità di vivere e godere il momento. Climax e catarsi prendono il posto di efficienza e produttività tanto nella vita privata quanto nell'esperienza sociale. È un mondo pieno di spettacoli, divertimenti e rappresentazioni molto sofisticate eseguite su palcoscenici complessi. In questa nuova era il «principio di realtà», che ha governato la condotta umana dalla rivoluzione protestante alla rivoluzione industriale, è stato detronizzato o, meglio, abbandonato. Il «principio del piacere» regna sovrano.
Giocosità e ricerca del piacere sono ovunque. Si prenda, per esempio, l'architettura: in contrasto con la seriosità dell'architettura moderna, con l'enfasi posta su regolarità e funzionalità, gli architetti postmodernisti sottolineano l'ironia e il divertimento. Spesso i palazzi postmoderni sono collage di stili storici assemblati per stupire, stimolare e divertire. Colonne classiche e timpani greco-romani si possono giustapporre a un bric-à-brac neobarocco; facciate neoclassiche di arenaria impeccabilmente restaurate possono celare strutture da era spaziale; contrazioni in stile Rube Goldberg possono adornare un ingresso che dà adito a un atrio decorato da un trompe l'oeil raffigurante un villaggio della campagna francese. L'ortodossia architettonica ha ceduto il passo all'iconoclastia e a un atteggiamento che tende a giustificare qualsiasi invenzione, purché in grado di catturare l'attenzione e far parlare di sé.
Nel campo delle scienze sociali, gli studiosi postmodernisti affermano che lo sforzo moderno di creare una visione unitaria del comportamento umano ha prodotto solo ideologie classiste, razziste e colonialiste. La sociologia postmodema mette l'accento sul pluralismo e sull'ambivalenza e predica la tolleranza per le infinite possibili trame che concorrono a comporre l'esperienza umana.
Non c'è un regime sociale ideale a cui aspirare, ma una molteplicità di esperimenti culturali, ciascuno egualmente valido. Si rifugge dall'idea di un ineluttabile progresso lineare verso un ideale utopico condiviso: il postmoderno celebra la diversità delle esperienze locali che, nel loro insieme, costituiscono un'ecologia dell'esistenza umana. La nuova era è ambigua e diversificata, divertente e allegra, tollerante e caotica; è eclettica e molto irriverente; ideologie, verità inalterabili e leggi ferree sono messe da parte per fare spazio a rappresentazioni di ogni tipo.
L'era postmoderna, dunque, è caratterizzata dalla giocosità; l'era moderna dall'industriosità. In una società fondata sul lavoro, la produzione è il paradigma operativo e la proprietà rappresenta il frutto degli sforzi dell'uomo. In un mondo che ruota intorno al gioco, regna la rappresentazione e obiettivo dell'attività umana diviene la fruizione a pagamento di esperienze culturali. Nell'era dell'accesso, fabbricare cose, scambiare e accumulare proprietà è secondario rispetto a costruire scenari, raccontare storie e mettere in atto le nostre fantasie.
Gli spigoli vivi di un'era dedicata a imbrigliare e trasformare risorse materiali si sono smussati: la postmodernità è più morbida, leggera, legata alle sensazioni e alle attitudini; è un mondo alla rovescia. La mente consapevole del pensiero razionale e analitico è fonte di sospetto, mentre la mente inconscia del desiderio erotico, dell'illusione e del sogno sale alla ribalta e diventa, in effetti, realtà (o, più propriamente, iper-realtà). Il mundus subterraneus della fantasia è glorificato e reso esplicito.
Jean Baudrillard, Frederic Jameson e altri studiosi attribuiscono questo storico rivolgimento - il trionfo dell'inconscio - agli enormi cambiamenti delle tecnologie della comunicazione e del commercio, che hanno trasformato il mondo in palcoscenico e le esperienze in simulazioni. Un postmodernista francese ha osservato che se un bambino cresce trascorrendo la maggior parte delle proprie ore di veglia davanti a uno schermo, scrutando i recessi di una realtà virtuale, dopo qualche tempo, tale realtà per lui non sarà più virtuale. Baudrillard, per esempio, afferma che la TV non è più un surrogato della realtà; non è più neanche interpretazione e drammatizzazione della realtà: la TV è la realtà.
La ricerca Kids and Media at the New Millennium, condotta nel 1999 dalla Kaiser Family Foundation, rivela che i bambini americani trascorrono in media cinque ore e mezza al giorno, sette giorni su sette, interagendo con strumenti elettronici di intrattenimento. Per i ragazzini di età superiore agli otto anni, la media è perfino più elevata e raggiunge le sei ore e quarantacinque minuti al giorno per attività ricreative legate a televisori, videogame, Internet o altri media (al di fuori delle aule scolastiche). La ricerca ha rilevato anche un altro fatto di grande importanza: durante l'interazione con il media elettronico, il bambino è solo: per il 95% del tempo i bambini più grandi sono soli davanti alla televisione; la media scende all'81% per quelli più piccoli.
MTV, meglio di qualsiasi altra emittente televisiva, esprime tutte le caratteristiche del nuovo ethos postmoderno. In tutto il mondo, milioni di ragazzini e di adolescenti trascorrono il proprio tempo libero guardando le sue trasmissioni: principalmente video promozionali di gruppi rock. Su MTV, tutte le distinzioni elaborate con estrema cura nel corso dell'era moderna si stemperano: in questo senso, si tratta di una forma d'arte rivoluzionaria; non bisogna, però, dimenticare che si tratta di una realizzazione di marketing il cui obiettivo è vendere musica. Il giornalista di «Rolling Stone» Stephen Levy sottolinea che «il risultato più notevole ottenuto da MTV è stato rinchiudere il rock and roll nel video, dove non è più possibile distinguere fra intrattenimento e promozione delle vendite».
MTV abbatte confini di ogni sorta; livella le molteplici sfaccettature dell'esperienza umana in un'unica, piatta dimensione in cui tutti i fenomeni esistono in forma di pure immagini che si susseguono a velocità fulminea, senza contesto né coerenza. L'intera cultura prodotta dall'uomo viene saccheggiata alla ricerca di immagini, che vengono poi mescolate per generare un Blitzkrieg di stimoli visuali coinvolgenti ed evocativi, pensato per disorientare lo spettatore e catturarne, nello stesso tempo, lo sguardo. Tutte le categorie vengono ridefinite, tutte le divisioni superate: la separatezza delle cose nel tempo e nello spazio - cioè, ciò che le rende uniche - è eliminata. Ann Kaplan, direttore dello Humanities Institute presso la State University of New York a Stony Brook, osserva che «MTV rifiuta ogni riconoscimento chiaro dei confini precedentemente ritenuti sacri: immagini dell'espressionismo tedesco, del surrealismo francese, del dadaismo [...] vengono mescolate a quelle rubate ai film noir o di gangster o dell'orrore, in modo da obliterare le differenze».
MTV non è parodia, ma pastiche. Non offre giudizi, non reprime critiche; anzi, non crea alcun punto di riferimento a cui, eventualmente, commentare; solo una infinita processione di frammenti culturali che realizzano quella che Jean Baudrillard chiama «l'estasi della comunicazione».
MTV è un'esperienza priva di contesto. Ha le sembianze dell'inconscio: un regno senza tempo in cui fantasie di ogni genere ribollono sullo schermo per dissolversi l'una nell' altra senza soluzione di continuità. MTV è intrattenimento onirico, libero dal peso di qualsiasi zavorra storica o geografica. MTV riconfeziona brandelli di cultura in forma di fantasie simulate che divertono, eccitano e offrono una sorta di esperienza virtuale a milioni di giovani. È il significante ideale del postmoderno.
Televisione e ciberspazio sono diventati i luoghi in cui trascorriamo la maggior parte del nostro tempo e dove si scrivono buona parte delle trame delle nostre vite, individuali e collettive. Le generazioni attuali sono molto propense a equiparare il mondo «vero» e gli eventi che vi accadono a ciò che hanno visto e sperimentato alla televisione. Il critico culturale O.B. Hardison ha osservato che «per molte persone, oggi, un evento non è autenticato - cioè, non è "reale" - se non è stato in televisione». La questione, allora, è cosa sia realtà e cosa illusione. Secondo i postmodernisti, la risposta è: l'esperienza più potente; questo, per un numero sempre maggiore di giovani, significa: la simulazione. Baudrillard sostiene che viviamo nel mondo immaginario dello schermo, dell'interfaccia e delle reti. Tutte le nostre macchine sono schermi, noi stessi siamo diventati schermi e l'interazione fra uomini è diventata interattività fra schermi. Insomma, è come se già vivessimo in un' allucinazione «estetica» della realtà.

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